Lo stoicismo di plastica: perché la resilienza a tutti i costi ti sta facendo ammalare

Sempre più spesso mi capita di ricevere in studio giovani ragazzi – ma anche adulti, assillati dal peso di grandi sofferenze e paure, i quali mi raccontano di avere seguito corsi e conferenze di famosi “guru” della crescita personale. Hanno imparato il biohacking, inserito nella loro routine giornaliera palestra e doccia gelata, e frasi motivazionali allo specchio per comunicare al proprio inconscio: “Io sono forte, io non mi piego”. E alla fine, mi dicono qualcosa che suona più o meno come:

“Comunque io lo so che il problema non è cosa mi succede, ma come reagisco”

Sulla carta, una frase molto bella. In un certo senso, la capisco – del resto la mia disciplina, la Terapia Breve Strategica, è di natura costruttivista, ovvero parte dal presupposto che sia l’individuo a creare la propria realtà in base alla sua soggettiva percezione dei fatti. Ma quando questa frase viene recitata come un mantra motivazionale, spogliato del proprio senso profondo, allora mi lascia sempre un sapore amaro, perché dietro quella patina di forza e disciplina, spesso c’è solo un’enorme, luccicante tentata soluzione (restate con me per capire cosa intendo!).

Oggi vorrei parlarvi di questo cortocircuito: di come l’idea di dover essere “resilienti” non sia quasi mai la soluzione, ma spesso l’inizio del problema.

Due modi di accettare il dolore

Il nuovo “stoicismo dei social” ci vende un’idea distorta: siccome non possiamo controllare gli eventi esterni, dobbiamo accettare il dolore. Hai perso una persona cara? Sii forte. La tua relazione ti fa soffrire? Asciugati le lacrime e concentrati sul resto. Hai subito dei soprusi? Sii resiliente. Allora, accettare il dolore significa ignorarlo, rifiutarlo – come se fosse possibile chiuderlo in un cassetto e non pensarci più. Il che rivela, tra l’altro, una logica passiva che esclude a priori qualunque forma di intraprendenza personale.

Qui entra in campo la Terapia Breve Strategica, che molto deve agli antichi saggi stoici, ma che allo stesso tempo attinge a una saggezza orientale che sposta il focus dalla ragione al sentire, e aggiunge una deduzione fondamentale:

“Non puoi evitare di soffrire, quindi prendi in mano quel dolore e trasformalo”

Questo significa fare un atto di umiltà e aprire le porte a un’emozione che non possiamo soffocare nemmeno con una disciplina di ferro – o per lo meno, non senza conseguenze. È quello che il mio maestro Giorgio Nardone chiama “il coraggio di soffrire per cessare di soffrire”. Ed è proprio qui la chiave di volta: non dobbiamo patire in eterno. Ma dobbiamo essere pronti a guardare in faccia il dolore, ad attraversarlo, e infine a dargli un significato nuovo.

Sono due messaggi praticamente opposti, giusto?

Il dolore e la Terapia Strategica

In Terapia Breve Strategica abbiamo un concetto fondamentale: la tentata soluzione. Quando cerchiamo di risolvere un problema usando una strategia sbagliata (in questo caso: “sopprimo le emozioni per non provare dolore”), non solo non risolviamo il problema, ma lo manteniamo e lo ingigantiamo.

Il rischio clinico di questa mentalità è enorme: ci spinge verso l’anestesia emotiva. Ci insegna che provare dolore, rabbia o frustrazione sia un fallimento del nostro “mindset”, e così facendo ci preclude anche la gioia e il piacere. Ci trasforma in rassegnati: nei confronti di noi stessi e di un mondo intrinsecamente ingiusto. Incapaci di qualsiasi forma di evoluzione, e vittime di una ferita infetta che non cicatrizza mai.

Non romanticizziamo il dolore fine a se stesso: non siamo costretti a vivere così. Vestire l’armatura del guerriero solitario può essere rassicurante (e talvolta affascinante), ma ricordiamo sempre che il vero guerriero è colui che ha il coraggio di spogliarsi e andare incontro alla vita…qualunque sia l’esito della battaglia.

Bibliografia

  • Epitteto. Manuale di Epitteto.
  • Marco Aurelio. A se stesso / Pensieri.
  • Seneca, L. A. Lettere morali a Lucilio.
  • Nardone, G. (2014). La paura delle decisioni. Ponte alle Grazie.
  • Han, B. C. (2012). La società della stanchezza. Nottetempo.
  • Watzlawick, P. (1988). Istruzioni per rendersi infelici. Feltrinelli.

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