Negli ultimi anni si è assistito a una singolare banalizzazione della filosofia stoica, riadattata a consumo rapido dai manuali di crescita personale e dal circuito dei social media. La formula è nota: routine serrate, docce gelate, massime motivazionali e una ferrea disciplina dell’impassibilità, riassunte nell’imperativo di non cedere mai di fronte alle difficoltà.
Il mantra cardine (spesso citato come verità indiscutibile) recita:
“Il problema non è ciò che ti accade, ma come reagisci.”
Di per sé, è un principio inattaccabile. L’approccio strategico poggia proprio su basi costruttiviste: non subiamo la realtà in modo passivo, ma la costruiamo continuamente attraverso la nostra percezione dei fatti.
Il cortocircuito nasce quando questa verità viene svuotata della sua complessità e trasformata in un dovere di invulnerabilità. Dietro quella patina di disciplina e controllo ferreo, si nasconde quasi sempre una gigantesca tentata soluzione: il tentativo di reprimere il dolore razionalizzandolo a tutti i costi.
Due modi di accettare il dolore
Il cosiddetto “stoicismo dei social” vende una versione semplificata e pericolosa dell’accettazione: se non puoi controllare gli eventi esterni, allora devi sopprimere la tua reazione emotiva. Hai subito un lutto o una perdita? Sii forte. La tua relazione è finita? Non pensarci e concentrati sulla produttività. Hai subito un’ingiustizia? Dimostra di essere resiliente. In questo scenario, “accettare” diventa sinonimo di anestetizzare, serrare i denti e nascondere la sofferenza sotto il tappeto.
La Terapia Breve Strategica recupera la radice autentica del pensiero stoico, integrandola con una pragmatica che sposta il baricentro dal controllo razionale all’esperienza emotiva concreta: non possiamo impedire a un’emozione primaria di emergere, ma possiamo imparare a non alimentarla con le nostre difese.
La regola fondamentale del sentire è chiara:
“Non puoi evitare di soffrire di fronte a una ferita, ma puoi evitare di prolungare la sofferenza nel tempo”
Questo richiede un atto di lucidità: smettere di combattere contro ciò che proviamo. È quello che in ambito clinico viene sintetizzato con la formula «il coraggio di soffrire per cessare di soffrire». Non si tratta di indulgere nel dolore o crogiolarsi nella lamentela, ma di permettere all’esperienza di compiere il proprio ciclo fisiologico per poterla, solo allora, trasformare e ricollocare.
La differenza è sostanziale: da una parte c’è una repressione rigida che logora dall’interno; dall’altra c’è l’attraversamento guidato dell’emozione per disinnescarne la carica distruttiva.
Il dolore e la Terapia Strategica
In ottica strategica, quando affrontiamo una difficoltà emotiva con una strategia disfunzionale — in questo caso sforzarsi di non sentire tristezza, paura o rabbia per aderire a un ideale di forza — non solo non risolviamo il problema, ma ne diventiamo prigionieri.
Il rischio clinico di questa continua forzatura è duplice:
L’autocolpevolizzazione: la persona si convince che provare dolore sia un fallimento personale o un difetto del proprio “mindset”, aggiungendo al malessere originario un secondo strato di frustrazione e senso di colpa.
L’anestesia emotiva: chi chiude la porta alla sofferenza finisce inevitabilmente per sbarrarla anche al piacere, alla vitalità e alla capacità di creare legami autentici. La ricerca spasmodica dell’impassibilità trasforma la vita in una costante trincea difensiva.
Il dolore come processo
Lo stoicismo autentico non predicava la negazione delle affezioni umane, ma la distinzione tra ciò che dipende da noi e ciò che non vi dipende. Il sorgere di una ferita emotiva a seguito di una perdita o di un trauma appartiene ai dati di realtà, ed è una risposta biologica ed esistenziale inevitabile. Ciò che dipende da noi è il modo in cui gestiamo quel processo.
La clinica strategica evidenzia una regola fondamentale della fisiologia emotiva:
«Il dolore evitato o razionalizzato non scompare: si cronicizza. Il dolore attraversato si consuma.»
Quando un individuo si sforza di “non pensarci”, di fare appello alla sola forza di volontà o di distrarsi forzatamente, non fa altro che interrompere il naturale decorso della sofferenza. Il dolore bloccato si trasforma nel tempo in apatia depressiva, cinismo o somatizzazione.
Nella gestione clinica del lutto e del trauma, l’intervento strategico applica il principio del «coraggio di soffrire per cessare di soffrire»: non si invita il paziente a reprimere l’emozione né a perdersi in lamentele sterili, ma a concedere al dolore uno spazio e un tempo strutturati e ritualizzati per manifestarsi pienamente. È solo consentendo alla sofferenza di compiere il proprio ciclo che l’organismo esaurisce la carica traumatica e rende possibile la successiva riorganizzazione del senso.
Bibliografia
Epitteto. (trad. 1999). Manuale di Epitteto. Bompiani.
Seneca, L. A. Lettere morali a Lucilio.
Nardone, G. (2014). La paura delle decisioni. Come costruire il coraggio di scegliere per sé e per gli altri. Ponte alle Grazie.
Nardone, G. (2007). Cambiare occhi, toccare il cuore. Donne che amano troppo e uomini che non sanno amare. Ponte alle Grazie.
Han, B.-C. (2021). La società dei senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite. Einaudi.
Watzlawick, P. (1988). Istruzioni per rendersi infelici. Feltrinelli.

