Come avrete intuito dal titolo, sono una grande fan del fumettista conosciuto come Zerocalcare.
“Strappare lungo i bordi”, la sua prima serie tv targata Netflix (e tutt’ora disponibile per chi volesse recuperarla!) è un’opera intimistica che racconta con umorismo e delicatezza il mondo interiore di un giovane adulto che riflette sul proprio passato, senza mai distogliere lo sguardo dalle ombre più nere.
In particolare, c’è una scena che mi è rimasta profondamente impressa, pur non essendo una scena cruciale ai fini della trama – la potete guardare in questo spezzone su YouTube:
Un giovanissimo Zerocalcare torna con la memoria ai banchi di scuola, quando ogni voto basso, punizione, interazione imbarazzante con i compagni e la maestra erano per lui motivo di enorme disagio e senso di colpa.
Nella scena, la sua amica – nonché compagna di scuola, gli provoca quella che in Terapia Breve Strategica chiamiamo “esperienza emozionale correttiva”: ovvero, con una riflessione personale, ribalta impietosamente la prospettiva di Zerocalcare, facendogli avere una “illuminazione” che sino a quel momento non l’aveva mai nemmeno sfiorato.
Mentre lui rimugina ossessivamente sulle proprie colpe e su una delusione data alla maestra, la sua amica gli fa notare che quest’ultima a volte storpia persino il suo nome confondendolo con un altro alunno, che ha tutta una vita al di fuori della scuola, e che sicuramente Calcare non ha il potere di provocarle un dolore così grande come quello che lui si immagina.
E mentre il terreno si apre letteralmente sotto ai piedi del protagonista, la ragazzina aggiunge:
“Ma non ti rendi conto di quanto è bello, che non porti il peso del mondo sulle spalle, che sei soltanto un filo d’erba in un prato? Ma non ti senti più leggero?”
A volte ci dimentichiamo che nessuno di noi ha la responsabilità dei mali del mondo.
Nessuno di noi è perfetto, né così capace da salvare il mondo o le persone intorno a sé.
Nella mia professione incontro quotidianamente persone che non si sentono all’altezza, non si sentono abbastanza, o peggio si sentono “impostori” – ovvero dei bluff, quasi dei cialtroni che prima o poi verranno smascherati.
E puntualmente queste persone sono le più preparate, precise, affidabili: dopotutto, un vero impostore, per definizione, non si porrebbe mai questo problema! Si presentano anche con grande umiltà, perché sentendosi in difetto desiderano effettivamente colmare le loro lacune e imparare da chi ritengono superiore a loro.
D’altra parte, scavando a fondo spesso si scopre che a questa grande umiltà si contrappone un certo “egocentrismo” – permettetemi il termine: una certa superbia.
Pretendere qualcosa di troppo elevato da se stessi significa attribuirsi un potere che in effetti non abbiamo.
Il rischio è quello di ripiegarsi su se stessi, su come si appare agli occhi del mondo, sulle possibili delusioni che potremmo dare alle persone vicine, sui successi personali che vogliamo dimostrare con tutte le nostre forze.
E si finisce per dimenticare il vero obiettivo del nostro agire: le altre persone, il mondo là fuori.
Siamo solo un filo d’erba in un prato sconfinato, fatto da mille altri fili d’erba.
Pretendere di essere l’intero prato è peccare di superbia, e non fa bene né a noi, né agli altri.
C’è un vecchio detto che recita:
“Umiltà non è pensare meno di se stessi, ma pensare di meno a se stessi”.
E’ quindi necessario cambiare la domanda.
Non più:
– “Come posso dimostrare il mio valore?”
– “Come faccio a sembrare una persona sicura di sé?”
…ma:
– “Come posso fare questa cosa col cuore in mano?”
Quando si sposta il focus dall’immagine personale al contributo che possiamo dare al mondo, il dubbio dell’impostore inizia a dissolversi: perché in fondo, siamo solo un filo d’erba in un prato sconfinato.

