Come accetto che la mia passione rimarrà sempre solo un hobby?

Da bambina volevo diventare una pittrice.
Poi ho imparato a suonare il flauto traverso, e dopo ancora mi sono cimentata in varie forme di danza: dalla danza espressiva, alla danza del ventre, e infine alla pole dance.
Poi ho ripreso un nuovo strumento musicale (la chitarra elettrica), e ora frequento con enorme passione una scuola di fumetto e manga qui a Rimini.

Più volte mi sono chiesta se fosse il caso di portare le mie passioni creative al “next level“, ovvero trasformarle in un lavoro vero e proprio, anche se secondario.
Ma mi sono subito scontrata con le difficoltà del mondo reale, sempre puntualmente confermate da chi questa strada l’ha seguita davvero: si tratta di una vita di sacrificio, in nome di un sogno che si realizza solo per uno su un milione – e spesso si tratta solo di fortuna!

Così ho lasciato perdere i sogni campati per aria, ma ogni tanto quella domanda tornava con insistenza a bussare alla mia porta: “E se stessi ignorando un sogno che poteva avverarsi per davvero?”. “E se stessi rinunciando a diventare chi sono veramente?”
(Spero che nessuno di voi pensasse che noi psicologi siamo immuni alle trappole della mente!)

Oggi voglio condividere la conclusione a cui sono arrivata finora, utilizzando le stesse armi che metto in campo con i miei pazienti.

In ottica strategica, questo tipo di ruminazione si chiama “dubbio patologico“: il loop circolare di domande e risposte in cui le persone ossessive si intrappolano spesso e volentieri. Ovviamente, si presenta con livelli di entità diversi: finché non diventa invalidante, è un comune meccanismo della mente umana, ma può diventare patologico quando immobilizza chi ne soffre. In questo articolo, mi limito a trattare l’argomento senza entrare nel merito del secondo caso.

Il dubbio patologico nasce da una domanda sbagliata, ovvero che non permette una risposta definitiva. A ogni domanda sbagliata segue una risposta altrettanto sbagliata, che non porta da nessuna parte, ma al contrario genera una nuova domanda.

Nel mio caso, la domanda sbagliata era: “E se provassi a coltivare la mia passione come secondo lavoro?”
La risposta non tarda ad arrivare: “Potrei farlo, ma poi non sarebbe più una passione: diventerebbe un dovere”.
E di nuovo: “E se poi iniziassi a odiarla, e mi pentissi di aver fatto questa scelta?”

La prima domanda è sbagliata perché nessuno può sapere come andrebbe, se davvero provassi a rendere la mia passione un secondo lavoro! Potrebbe essere un successo, così come un fallimento totale.

Ma allora, come interrompere il loop?

Quando arriva una domanda sbagliata, “semplicemente” si evita di rispondere. Uso le virgolette perché, come chi soffre di dubbio patologico sa bene, non è per nulla semplice.
Detto questo, ecco come ho messo a tacere il mio circolo vizioso di domande e risposte: con un’unica domanda a cui non può seguire alcuna risposta…che non sia un’azione concreta.

E se sospendessi qualsiasi tipo di convinzione riguardo a cosa sarà l’arte per me?
E se mi sedessi nel disagio di non sapere se sarà o no più di un semplice hobby?
E se lo facessi al massimo delle mie capacità, dicessi sì alle opportunità e no a definire se la mia arte è “solo un hobby” o “non solo un hobby”?
Posso mantenere una relazione con la mia passione, senza bisogno di sapere come si trasformerà questa relazione in futuro?

Ho conosciuto molti artisti nella mia vita, e non ho mai perso l’occasione di interrogarli sul rapporto con la loro arte, e come sia cambiato nel tempo. Ne ho conosciuti alcuni di successo globale, altri che creano solo per se stessi, o per le persone che amano. Entrambe le cose sono possibili. E, per la cronaca, nessuno di loro ha cominciato a fare arte avendo in mente un preciso punto di arrivo: lo facevano solo perché non potevano farne a meno. Lo facevano per se stessi.
Forse proprio il fatto di non sapere dove sarebbero arrivati è ciò che ha permesso loro di usare la loro autenticità e il loro genio nella maniera più libera possibile.

Ecco perché ogni giorno dico a me stessa: fai del tuo meglio per non decidere cosa sarà o non sarà. Perché la verità è che non lo sai. Non puoi saperlo. Ma quella passione ti fa battere il cuore, giusto?

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