“E così mi ritrovo solo e smarrito, sull’orlo del nulla, nello spazio vuoto alle porte dell’Inferno.”
Di fronte alla cronaca quotidiana, alle ingiustizie sistematiche e alla violenza che attraversa la storia umana, affiora inevitabilmente una domanda cinica e logorante: che senso ha?
Che senso ha continuare a costruire, a impegnarsi o a cercare il rigore, se intorno a noi le atrocità e il disincanto sembrano trionfare regolarmente? La tentazione di deporre le armi e cedere a una rassegnata impotenza è un riflesso più che comprensibile.
In uno dei passaggi più intensi dell’opera The Sandman, Neil Gaiman mette in scena una sfida concettuale tra il demone Choronzon e Morfeo, il Signore dei Sogni, sceso negli Inferi per recuperare il proprio potere. Il demone lo incalza per annientarne l’identità:
Choronzon: “Io sono l’anti-vita, la bestia dell’Apocalisse. Sono l’oscurità alla fine di ogni cosa. La fine dell’universo, degli dèi, dei mondi… di tutto quanto. E tu, cosa sei adesso, Signore dei Sogni?“
Sogno: “Io sono la Speranza.“
La speranza, in questa prospettiva, non ha nulla a che vedere con l’ottimismo ingenuo o l’attesa passiva che le cose migliorino da sole. La speranza è un atto costruttivo: l’ostinazione di proiettare una direzione dove sembra esserci soltanto il buio. Se la disperazione è l’accettazione passiva del vuoto, la speranza è l’azione che dà forma al vuoto.
La realtà come narrazione
In ottica strategica e costruttivista, la realtà non è un dato oggettivo immobile, ma il risultato del modo in cui filtriamo, organizziamo e narriamo gli eventi a noi stessi. Come evidenziato dalla pragmatica della comunicazione e dalla psicologia narrativa, non reagiamo mai ai fatti grezzi, ma al significato che vi attribuiamo.
Se la percezione costruisce la realtà, l’atto creativo cessa di essere un mero ornamento estetico e diventa lo strumento d’elezione per ricollocare il disordine e dargli una traiettoria. Creare – attraverso la scrittura, il segno grafico, la musica o la cura meticolosa di un progetto – non è solo un lusso per tempi sereni. Al contrario, è soprattutto un presidio di lucidità nei momenti di crisi.
Considerare l’espressione artistica o l’esperienza del bello come un passatempo superfluo rispetto alle “urgenze pratiche” è un errore di valutazione clinica: senza la capacità di generare senso e forma, la sopravvivenza stessa si riduce a un logoramento meccanico.
La bellezza come forma di resistenza intima
Spesso ci si chiede se la celebre affermazione di Dostoevskij, «la bellezza salverà il mondo», non sia un’illusione consolatoria. È evidente che la creazione artistica non cancella da sola le macerie, non ferma i conflitti geopolitici né smantella all’istante le derive del potere.
Tuttavia, l’impatto della bellezza si gioca su un altro piano: impedisce alla distruzione esterna di conquistare lo spazio interiore.
In un contesto sociale che alimenta disillusione, frammentazione e apatia, mantenere viva la propria capacità di generare bellezza è un vero e proprio atto di resistenza. Significa sottrarre la propria mente al dominio del cinismo e ribadire che la degradazione delle circostanze non autorizza l’abbandono della cura.
Costruire senso, anche all’interno di una realtà problematica, significa stabilire un confine invalicabile: il mondo può presentarsi caotico o ostile, ma non ha il potere di azzerare la determinazione con cui decidiamo di abitarlo.
Bibliografia
Gaiman, N. (1989), The Sandman: Preludi e Notturni, DC Comics / Vertigo.
Dostoevskij, F. M. (1869), L’idiota.
Bruner, J. (2002), La fabbrica delle storie. Diritto, letteratura, vita, Laterza.
Watzlawick, P. (1976), La realtà inventata, Feltrinelli.
Frankl, V. E. (1946), Uno psicologo nei lager, Edizioni Ares.

