“Dici soltanto la tua versione della verità”: lezioni di psicologia da Profondo Rosso

Psicologa Virginia Morri - Terapia Breve Strategica Rimini.

Ieri sera sono stata al Teatro Dehon di Bologna per un’esperienza sensoriale avvolgente: i Goblin che eseguivano dal vivo la colonna sonora di Profondo Rosso durante la proiezione del film.
Rispolverando quest’opera, mi sono resa conto che non è solo un thriller, ma un vero trattato sulla psicologia della percezione.

Mentre le note martellanti di Claudio Simonetti riempivano la sala, mi sono incantata ascoltando uno dei dialoghi più “strategici” della storia del cinema.
Marc e l’amico Carlo si stanno salutando in una piazza deserta quando Marc confessa un dubbio che lo tormenta:

  • Marc: Senti Carlo, m’è successo un fatto strano, tanto strano che non so neanche se è vero. Quando entrai nella casa di quella donna la prima volta mi parve di vedere un quadro, ma dopo qualche minuto quel quadro non c’era più. Cosa può essermi successo?
  • Carlo: A te niente! Forse quel quadro è stato fatto sparire perché rappresentava qualcosa di importante.
  • Marc: Come hai detto?
  • Carlo: Rappresentava qualcosa di importante!
  • Marc: No, no, non credo. A quanto mi ricordo, era… era una specie di composizione di volti, una cosa molto strana.
  • Carlo: Guarda, magari hai visto qualcosa di talmente importante che non te ne rendi conto. Sai, a volte le cose che vedi realmente e quelle che immagini, si mischiano nella memoria come un cocktail, del quale non riesci più a distinguere i sapori.
  • Marc: Ma io ti sto dicendo la verità!
  • Carlo: No, Marc. Tu credi di dire la verità e invece dici soltanto la tua versione della verità. A me accade spesso…

Metto qui il link diretto al video, perché è una scena diretta in maniera talmente magistrale, che il semplice dialogo estrapolato non le rende giustizia!

Il cocktail della percezione

Come dice Carlo nel film, la nostra mente non è una macchina fotografica che registra la realtà in modo asettico. È, piuttosto, un barman che mescola ingredienti: ciò che vediamo, ciò che temiamo, ciò che desideriamo e ciò che ricordiamo.

In Terapia Breve Strategica, partiamo proprio da qui: ognuno di noi reagisce non alla “realtà”, ma alla propria percezione della realtà. Questo è, in una manciata di parole, il Costruttivismo.

Se, nel tentare di risolvere un problema, la mia attenzione si focalizza sull’elemento sbagliato, la verità può anche essere sotto i miei occhi, ma io non la vedrò, o ne costruirò una alternativa, e quindi soggettiva. Marc vede il volto dell’assassino fin dall’inizio del film, ma non vi presta attenzione, dunque non è in grado di ricordarlo, e anzi costruisce una memoria fallace in cui il volto riflesso nello specchio diventa parte di un dipinto.

Il paradosso del gorilla invisibile

È un fenomeno che in psicologia chiamiamo “cecità inattentiva” ed è stato dimostrato in modo quasi ironico dal celebre esperimento del “gorilla invisibile”: se non lo conoscete, vi invito a mettervi alla prova prima di leggere la spiegazione qui sotto…potreste rimanere stupiti!

In questo test, ai partecipanti viene chiesto di contare con precisione i passaggi di una palla tra ragazzi in maglia bianca. Sono così focalizzati sul compito che non si accorgono di una persona travestita da gorilla che attraversa il campo, si batte il petto e se ne va. Il loro cervello, per risparmiare energia, ha letteralmente cancellato ciò che non riteneva pertinente.

E voi, l’avete visto? 🙂

Dalla distrazione al “coraggio di vedere”

L’esperimento del gorilla ci dimostra una verità scientifica innegabile: la nostra attenzione è un filtro che può rendere invisibile anche l’ovvio.

Ma nel dialogo di Profondo Rosso, Carlo ci porta su un terreno molto più profondo e, se vogliamo, più pericoloso, quando dice:

“Guarda, magari hai visto qualcosa di talmente importante che non te ne rendi conto”

Qui passiamo dal campo dell’attenzione a quello della ristrutturazione della realtà: a volte non vediamo la realtà non perché siamo distratti, ma perché quella verità è troppo ingombrante per essere accolta nei nostri schemi mentali.

Se quel volto riflesso nello specchio è troppo terribile per essere accettato, la nostra mente lo trasforma in un “quadro”. Creiamo uno scotoma, un punto cieco, non perché l’occhio non veda, ma perché il cervello sceglie di “inventare” una realtà più tollerabile o coerente con quello che stiamo cercando.

Chi ha il coraggio di guardare nello specchio?

Tutti noi ci scontriamo ogni giorno con questo “volto nello specchio”.

È la stessa cecità selettiva che agisce come un filtro deformante nell’anoressia, dove la persona non vede il corpo che scompare (una verità troppo “importante” e pericolosa da accettare), ma un corpo da perfezionare, snellire, disciplinare.

O ancora, è la dinamica del rifugio nel cibo, dove il mangiare diventa un abbraccio rassicurante che scherma la vista: ci si focalizza sul piacere immediato per rendere invisibile quella lenta autodistruzione che sarebbe troppo pesante da gestire emotivamente.

Lo vediamo nella trappola del DOC, dove si costruiscono rituali come fossero mattoni di una fortezza; dall’interno sembra l’unica verità che garantisce sicurezza, e serve un atto di coraggio per guardarsi allo specchio e accorgersi che quella fortezza è, in realtà, una prigione.

E, ancora, accade nel dubbio patologico, dove una ricerca logica estenuante di risposte certe finisce, come il cocktail di Carlo, per confondere i sapori e nascondere la realtà semplice che abbiamo sotto il naso.

Tutti noi, proprio come Marc, rischiamo di passare la vita a cercare indizi logici o “quadri” scomparsi, senza accorgerci che la soluzione richiede un cambio di rotta più profondo. Risolvere il problema non è un esercizio di intelligenza, ma una ristrutturazione coraggiosa: significa smettere di cercare la “Verità” con la maiuscola per iniziare a guardare dove non abbiamo mai avuto il coraggio di posare gli occhi. Perché a volte, per risolvere un problema, bisogna solo cambiare la colonna sonora e rimettere a fuoco l’immagine che abbiamo sempre avuto davanti.

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