La speranza all’Inferno: come resistere a un mondo che cade a pezzi

E così mi ritrovo solo e smarrito, sull’orlo del nulla, nello spazio vuoto alle porte dell’Inferno.”

“Che senso ha?”
Che senso ha continuare a lottare, cercare di costruire qualcosa di buono o di bello, in un mondo in cui l’ingiustizia sembra trionfare sistematicamente? Perché dovremmo sforzarci se, sotto i nostri occhi impotenti, gli affari più loschi e le atrocità più abiette continuano a prosperare nel silenzio o nell’impunità?
Viene voglia di lasciar perdere, di abbassare le braccia e concludere che ogni sforzo sia inutile. Per cosa lottiamo, se alla fine il mondo è questo?

Proprio qui, in questo abisso di disperazione, mi torna in mente un dialogo straordinario di The Sandman. È una sfida, un gioco mortale di concetti tra il demone Choronzon e il Signore dei Sogni. Il demone lo incalza per annientarlo:

Choronzon: «Io sono l’anti-vita, la bestia dell’Apocalisse. Sono l’oscurità alla fine di ogni cosa. La fine dell’universo, degli dèi, dei mondi… di tutto quanto. E tu, cosa sei adesso, Signore dei Sogni?»

Sogno: «Io sono la Speranza.»

Ma la speranza non è un’attesa passiva, né un pio desiderio che le cose migliorino da sole. La speranza è la capacità di vedere ciò che ancora non c’è; è l’ostinazione di proiettare una luce nel buio più fitto. Se la disperazione è l’accettazione del “niente”, la speranza è l’impulso a dare forma a quel niente.

Agli occhi del terapeuta strategico, la realtà non è un dato oggettivo, ma l’esito del modo in cui la percepiamo e la narriamo a noi stessi. Se la narrazione è tutto, allora l’arte è lo strumento supremo per cambiare il racconto della nostra vita e del mondo: è l’atto con cui ristrutturiamo la nostra percezione per trasformare il caos in un’opera di senso.
È qui che la speranza incontra l’Arte. Creare è l’unico modo che abbiamo per incarnare quella speranza, per renderla tangibile e reale.

L’arte non è un accessorio

Per molto tempo ho commesso un errore di prospettiva. Nonostante io abbia sempre dato un valore immenso all’arte, a volte sono caduta nel tranello di relegarla a un “lusso”. La consideravo un momento di svago prezioso, certo, ma pur sempre qualcosa che mi distoglieva dagli “affari più importanti”, dalle urgenze della vita e della professione.

Oggi capisco che era un errore di valutazione enorme. L’arte non è un accessorio: è il cuore pulsante di ciò che faccio come professionista e di ciò che siamo tutti noi come esseri umani. Senza quella capacità di creare e di percepire il bello, tutto il resto – il lavoro, gli impegni, la sopravvivenza stessa – perde drasticamente di senso.

La bellezza salverà il mondo

Cosa significa davvero che la bellezza salverà il mondo? Spesso mi interrogo sulla celebre frase di Dostoevskij. È una verità profonda o solo un bel pensiero per consolarci?

Per rispondere, provo a immaginare la mia quotidianità privata di ogni forma estetica. Provate a pensare a cosa sarebbe la vostra giornata senza quel film che vi ha commosso, senza la musica che vi dà energia, senza quel fumetto o quel libro che ha dato voce ai vostri silenzi. Senza quel pasto cucinato con amore, quell’uccellino che cinguetta la mattina o quel fiore che, ostinato, sboccia sul vostro balcone.

A volte non ci accorgiamo di quanta differenza faccia la bellezza, finché non ne ipotizziamo l’assenza.

Un atto di resistenza intima

A questo punto direte: “Sì, ma mentre io guardo un bel film al cinema, intanto la gente muore sotto le bombe!

E allora dobbiamo essere onesti: forse l’arte non salverà la società attuale, non smantellerà da sola le dinamiche di potere corrotte e non cambierà il mondo macroscopico in cui viviamo oggi. Le guerre continueranno a devastare i popoli, e le atrocità più abiette continueranno a ricordarci quanto l’essere umano possa cadere in basso.

Ma finché l’umanità non perde il cuore, ci sarà sempre la speranza di un mondo diverso, in futuro. Forse non saremo noi a vederlo sbocciare, e se anche quel futuro di luce non dovesse mai arrivare del tutto, non è già un risultato straordinario essere riusciti a non farsi togliere l’anima?

In un mondo che ci vuole tristi, cinici e disperati, scegliere la bellezza è una ribellione.

Creare qualcosa, anche solo un piccolo gesto di cura, è un atto di resistenza intima e personale. È dire:

“Potete distruggere le città, potete corrompere i sistemi, ma non avrete il controllo sul mio modo di percepire l’incanto.”

Io decido di credere in questo. E nel mio studio, ogni giorno, lavoro perché il dolore non sia l’ultima parola.

Questo mondo non si prenderà la mia anima.

E non deve prendersi la vostra.

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